Nelle collezioni annunciate con le alghe la percentuale reale resta minima

Alghe brune scoperte dalla bassa marea sugli scogli di una costa settentrionale

CC BY 4.0

Il comunicato dice che la nuova capsule è realizzata con alghe. La fotografia mostra una costa, il testo parla di una risorsa che cresce senza terra coltivabile e senza irrigazione, e la maglietta costa il doppio di quella accanto. Sull’etichetta cucita nel collo, però, la parola alga non compare da nessuna parte.

Non è un inganno nel senso stretto. È un numero che viene comunicato senza dire a che cosa si riferisce. La percentuale citata nei lanci riguarda quasi sempre la quantità di biomassa marina dentro il filamento, non dentro il filato e tantomeno dentro il capo, e fra le tre grandezze c’è un fattore che può superare il centinaio.

La tecnologia esiste, funziona ed è industriale. Il problema è la distanza fra ciò che il processo produce e ciò che il messaggio lascia intendere, e si chiude leggendo il comunicato con una domanda sola: questa percentuale, di che cosa è percentuale?

L’errore in tre numeri

Il numero dichiarato A che cosa si riferisce Che cosa arriva al capo
Percentuale di alga nel filamento Massa di biomassa nell’impasto di cellulosa Poche unità percentuali della fibra
Percentuale di quella fibra nel filato Quota nella miscela con cotone o altre fibre Di solito da un quinto a metà
Quota del capo interessata Solo alcuni pannelli o solo il corpo Spesso meno del capo intero
Risultato finale Prodotto dei tre valori Grammi singoli su un capo da centocinquanta

Le tre righe si moltiplicano fra loro, non si sommano. È il punto in cui il lettore perde l’ordine di grandezza, e nessun comunicato aiuta a ritrovarlo.

Che cosa è davvero una fibra da alghe

Una fibra da alghe non è un filamento estratto dall’alga come si estrae il lino dallo stelo. È una fibra cellulosica artificiale, prodotta con il procedimento a solvente che dà il lyocell, alla quale viene aggiunta biomassa di alga essiccata e macinata prima della filatura.

Il ciclo funziona così: si parte da polpa di legno, la si scioglie in un solvente organico ottenendo un impasto viscoso, si disperde in quell’impasto la polvere di alga, si spinge il tutto attraverso una filiera con migliaia di fori sottilissimi e si fa coagulare il filamento in un bagno. Il solvente viene recuperato e rimesso in ciclo. L’alga resta inglobata nella struttura di cellulosa come una particella inerte, distribuita nel volume del filamento.

Da qui discende il vincolo che spiega tutto il resto: l’alga non è il materiale che regge il filo. Il filo è cellulosa. L’alga è un ospite, e la quantità di ospiti che una struttura può accogliere prima di indebolirsi ha un limite fisico, non commerciale.

Le tre famiglie che i comunicati mescolano

Sotto la stessa parola finiscono tre tecnologie che non hanno niente in comune, e distinguerle è il primo filtro da applicare a qualunque annuncio.

La prima è la fibra cellulosica con biomassa incorporata, quella appena descritta. Riguarda tessuti veri, si trova in magliette e biancheria, e la percentuale è nell’ordine delle unità.

La seconda è la bioplastica: biomassa algale trasformata in materiale espanso o in granulo, usata soprattutto nelle suole delle calzature e in alcuni accessori. Qui le percentuali possono essere molto più alte, ma non si tratta di tessile e il confronto con un capo non regge.

La terza sono i coloranti e i pigmenti di origine algale, che tingono un tessuto senza entrarne a far parte come fibra. Sono una linea di ricerca interessante sul fronte della chimica di tintura, e non hanno alcun effetto sulla composizione. Quando un comunicato non chiarisce a quale delle tre famiglie appartiene, il dato non è utilizzabile, secondo la stessa logica applicata alle affermazioni ambientali delle campagne.

La doppia diluizione, dal filamento al capo

Il percorso che porta dal filamento al capo attraversa due passaggi in cui la concentrazione scende, ed entrambi sono normali processi industriali che nessuno nasconde: semplicemente non vengono citati insieme al numero iniziale.

Il primo passaggio è la miscela in filatura. Una fibra cellulosica di questo tipo raramente viene filata pura, perché il costo è alto e le prestazioni migliorano se abbinata a cotone o a un’altra cellulosica. Le miscele più comuni assegnano alla fibra speciale una quota fra un quinto e la metà del filato.

Il secondo passaggio è la costruzione del capo. Un capo di maglia usa un filato per il corpo e spesso un altro per costine, collo e polsini; una camicia usa un tessuto per il corpo e talvolta un altro per fodere e rinforzi. La fibra speciale sta quasi sempre solo dove si vede o si tocca, non ovunque. Il quadro delle innovazioni realmente disponibili in produzione è discusso in che cosa è arrivato davvero in filiera.

Perché la percentuale non può salire

La domanda che segue naturalmente è perché non si aumenti la dose. La risposta sta nella filiera, che è la parte più delicata di tutto il processo: una piastra metallica con migliaia di fori del diametro di frazioni di millimetro, attraverso cui l’impasto passa a pressione elevata e in continuo.

Ogni particella solida più grande del foro è un’ostruzione. Ogni ostruzione ferma un filamento, e un filamento rotto trascina con sé i vicini interrompendo il fascio. Per questo la biomassa va macinata molto fine e filtrata prima dell’immissione, e per questo la quantità ammessa resta bassa: sopra una certa soglia le fermate di linea diventano più costose del valore aggiunto.

C’è un secondo vincolo, meccanico. La resistenza del filamento dipende dall’orientamento delle catene di cellulosa lungo l’asse. Le particelle inerti interrompono quell’orientamento e creano punti di innesco delle rotture: più se ne aggiungono, più il filo si indebolisce, fino a non reggere la tessitura. La percentuale che si legge nei comunicati non è una scelta di marketing, è il punto in cui il processo smette di funzionare.

Quanta alga c’è in una maglietta, in grammi

Coni di filato bianco allineati su un carrello in un reparto di filatura
Chimú / BY 3.0

Il conto si fa in tre righe con le ipotesi dichiarate, e serve solo a fissare l’ordine di grandezza. Le percentuali reali variano da produttore a produttore e vanno chieste caso per caso.

Si parte da una maglietta di taglia media che pesa centosessanta grammi. Se metà del filato è composta dalla fibra cellulosica speciale, quella fibra pesa ottanta grammi. Se la biomassa algale rappresenta qualche unità percentuale della fibra, il contenuto di alga si colloca fra uno e cinque grammi. Su un capo di centosessanta grammi significa una quota nell’ordine dell’unità percentuale.

Non è una critica al prodotto. Un ingrediente in piccola dose può avere senso se produce un effetto misurabile sulla mano del tessuto o sul comfort. Diventa un problema quando il messaggio suggerisce che il capo sia fatto di alghe, perché il lettore ricostruisce mentalmente una proporzione che non esiste, ed è lo stesso meccanismo che porta a sovrastimare qualsiasi ingrediente minoritario in etichetta.

Che cosa può scrivere l’etichetta di composizione

Le denominazioni delle fibre tessili che possono comparire in etichetta sono definite da un elenco europeo. Un produttore non può inventare un nome nuovo: deve usare quelli previsti, e alga non è fra questi.

La conseguenza pratica è che una fibra cellulosica con biomassa incorporata si dichiara in etichetta con il nome della famiglia cellulosica a cui appartiene. Il riferimento all’alga può comparire nel nome commerciale, nel cartellino appeso o nel materiale promozionale, ma non nella riga delle percentuali, che è l’unica soggetta a controllo. L’elenco delle denominazioni ammesse si consulta sulla banca dati del diritto dell’Unione.

Ne segue un criterio operativo semplice. Se l’unico posto in cui compare la parola alga è il materiale pubblicitario, la percentuale non è verificabile da chi compra e va chiesta per iscritto. Se compare un nome commerciale registrato, quello si può cercare: i produttori di fibra pubblicano schede tecniche con i valori dichiarati.

Raccolta in mare o coltivazione: due filiere diverse

Alghe stese ad asciugare su rastrelliere di legno all'aperto vicino al mare

La biomassa può arrivare da raccolta di alghe che crescono spontaneamente sulle coste oppure da coltivazione in mare su corde e reti. Le due strade hanno profili di impatto diversi e i comunicati raramente specificano quale sia stata usata.

La raccolta spontanea si concentra su alghe brune delle coste atlantiche settentrionali e, dove è regolata, avviene con quote, rotazioni delle aree e obbligo di lasciare una parte del tallo per consentire la ricrescita. È un prelievo da un ecosistema che ospita fauna, e la sostenibilità dipende interamente dal rispetto di quei limiti.

La coltivazione non tocca gli habitat esistenti e produce in modo programmabile, ma richiede infrastrutture in mare e concessioni. Dato che i volumi assorbiti dal tessile restano marginali rispetto a quelli alimentari e cosmetici, entrambe le vie oggi hanno un peso limitato sul sistema: è un argomento su cui la prudenza vale più dell’entusiasmo, come nel resto delle promesse raccolte in tecnologie annunciate per il tessile.

Il conto ambientale, dove regge e dove no

La parte solida del ragionamento non riguarda l’alga, riguarda la cellulosa. Una fibra prodotta con solvente in ciclo chiuso, con recupero elevato del solvente e polpa proveniente da foreste gestite, ha un profilo migliore della viscosa tradizionale. Questo vale a prescindere dalla biomassa aggiunta ed è il vero vantaggio del prodotto.

La parte fragile è l’attribuzione. Il beneficio ambientale del processo viene comunicato come se derivasse dall’ingrediente marino, che ne rappresenta una frazione minima in massa. È un trasferimento di merito, e si riconosce quando il comunicato parla di alghe e non dice una parola sul solvente, sul tasso di recupero e sull’origine della polpa.

Il terzo elemento che manca quasi sempre è la scala. Un lancio limitato a poche migliaia di pezzi non modifica nulla nel bilancio di un marchio che ne produce milioni. La domanda utile non è se il materiale sia migliore, ma quale quota della produzione totale riguardi e se sia entrato nella linea continuativa o sia rimasto una vetrina.

Come si legge un comunicato di lancio con la percentuale in mano

Quattro elementi vanno cercati nel testo, e la loro assenza è a sua volta un’informazione.

  1. La base della percentuale. Se il numero non è seguito dalle parole della fibra, del filato o del capo, non è interpretabile.
  2. Il volume. Numero di pezzi o tonnellate di fibra impiegate, per capire se si tratti di una prova o di una produzione.
  3. La collocazione. Capsule a tiratura chiusa oppure inserimento nella linea permanente: la seconda costa molto di più ed è molto più rara.
  4. La disponibilità nel tempo. Un materiale annunciato e poi assente dalle collezioni successive era un progetto pilota, non un cambio di fornitura.

Il quadro europeo sulle affermazioni ambientali si sta muovendo proprio verso l’obbligo di rendere verificabili questi elementi, e lo stato dei lavori si segue dal sito della Commissione. Nel frattempo il lavoro di verifica resta a carico di chi legge.

Le cinque domande che ottengono il numero

Cinque richieste scritte al servizio clienti, ciascuna che chiede una cifra e non un aggettivo. Qual è la percentuale di biomassa algale nella fibra. Qual è la percentuale di quella fibra nella composizione del capo. Quali parti del capo la contengono. Quanti pezzi sono stati prodotti. Il materiale resterà a catalogo nella prossima stagione.

Chi ha il dato risponde in poche righe, perché sono informazioni che stanno nella scheda tecnica del filato. Chi non ce l’ha rimanda al fornitore di fibra, e anche questa è una risposta accettabile purché indichi il nome del fornitore, che a quel punto si può cercare.

La risposta da considerare vuota è quella che ripete il testo del comunicato. Vale la pena tenere presente che un marchio può in buona fede non conoscere la percentuale, perché compra filato e non fibra: la catena di informazione si interrompe due passaggi prima del capo, ed è il punto in cui si perde la tracciabilità di quasi tutti i materiali nuovi.

Domande frequenti

Una maglietta con fibra da alghe fa bene alla pelle?

Le proprietà attribuite alla biomassa riguardano sostanze presenti nell’alga, e non esiste modo per chi compra di verificare quanto ne resti dopo tintura, finissaggio e lavaggi. Di fronte a un’affermazione di questo tipo la richiesta corretta è il dato misurato dopo un numero definito di lavaggi. Chi ha un problema dermatologico dovrebbe rivolgersi a un medico e non a un’etichetta.

Il tessuto si comporta in modo diverso da un normale lyocell?

Poco, ed è coerente con le quantità in gioco. La mano, la caduta e l’assorbimento restano quelli della fibra cellulosica di base. Alcune schede segnalano una superficie leggermente meno liscia dovuta alle particelle disperse, ma è una differenza che si apprezza al tatto e non cambia l’uso del capo.

Il capo è biodegradabile?

La parte cellulosica lo è in condizioni adatte, come per le altre fibre di quella famiglia. Il capo finito, però, contiene coloranti, finissaggi, filo di cucitura spesso sintetico ed etichette, e il comportamento reale dipende da tutto l’insieme. Una fibra biodegradabile non produce automaticamente un indumento biodegradabile.

Il prezzo più alto è giustificato?

In parte, perché la fibra cellulosica prodotta a solvente costa più della viscosa e la lavorazione con biomassa aggiunge passaggi. Il resto della differenza dipende dal posizionamento e dalla tiratura limitata. Conviene confrontare il prezzo con un capo dello stesso peso nella stessa famiglia di fibra, senza biomassa: il divario che resta è ciò che si sta pagando per l’ingrediente.

Esistono fibre tessili fatte davvero in prevalenza di alghe?

Nel campo dei filamenti tessili industriali, non in produzione corrente. Esistono ricerche su materiali con quote molto più alte di biomassa marina, ma restano a livello di laboratorio o di dimostratore. Un annuncio che dichiari percentuali elevate su un capo in vendita merita la richiesta della scheda tecnica prima di qualunque altra considerazione, come si fa con le novità presentate dai marchi emergenti.

Il materiale è reale, il processo è reale, e la distanza fra i due numeri è altrettanto reale. Chi prende l’abitudine di chiedere a che cosa si riferisce una percentuale smette di comprare comunicati e comincia a comprare tessuti.