Cosa arriverà sull’etichetta quando ogni capo avrà un identificativo digitale

Codice quadrato stampato su una piccola etichetta bianca applicata a un tessuto

ASV Nair / CC BY-SA 4.0

Dentro la cucitura laterale di una camicia oggi ci sono due o tre etichette: composizione, manutenzione, taglia. Sono quattro righe, stampate una volta e mai più aggiornate. La direzione in cui si sta muovendo la normativa europea è aggiungere a quelle righe un indirizzo, e spostare tutto il resto delle informazioni su un archivio che si aggiorna.

Il nome tecnico di questo archivio è passaporto digitale di prodotto. Chi lavora nella produzione tessile lo sente nominare da qualche anno nelle presentazioni dei fornitori di software, e da meno tempo nelle riunioni con i clienti, dove la domanda è sempre la stessa: chi compila i campi che oggi nessuno ha.

Questa è la ricognizione di quello che è già stabilito, di quello che è ancora in discussione e dei punti in cui l’idea si scontra con il modo in cui la filiera è organizzata davvero. Le date precise non ci sono, perché non sono ancora state fissate: quello che si può fare è distinguere i vincoli dagli auspici.

Che cosa è già deciso e che cosa no

  • Deciso. Lo strumento esiste nella normativa europea sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti, in vigore dal 2024, ed è pensato come obbligo trasversale a molti settori.
  • Deciso. Il tessile è fra i gruppi di prodotto indicati come prioritari nella prima fase di attuazione.
  • Da definire. Quali campi saranno obbligatori per l’abbigliamento e con quale calendario: dipende dagli atti attuativi specifici per il settore.
  • Da definire. Il supporto fisico ammesso e gli standard tecnici di interoperabilità, in lavorazione presso gli organismi europei di normazione.
  • Fuori discussione. Prezzi di acquisto, margini, condizioni contrattuali con i fornitori: non rientrano in nessuna ipotesi di contenuto.

Il passaporto digitale di prodotto, in concreto

Il meccanismo è semplice nella struttura e complicato nell’esecuzione. A un capo viene assegnato un identificativo univoco. Quell’identificativo è leggibile da un supporto fisico applicato al prodotto e rimanda a una raccolta di dati strutturati, conservata da chi immette il prodotto sul mercato e raggiungibile attraverso un registro pubblico.

Non è quindi una pagina web con la storia del capo, anche se sarà probabilmente così che apparirà a chi lo scansiona. È un insieme di campi con formato definito, che macchine diverse devono poter leggere allo stesso modo: un impianto di selezione dei rifiuti tessili, un’autorità di controllo, una piattaforma di rivendita e un negozio devono ricevere gli stessi dati e interpretarli senza ambiguità.

La differenza rispetto alle etichette digitali che alcuni marchi già usano sta tutta qui. Un codice che apre una pagina promozionale con la storia del cotone è comunicazione. Un identificativo che restituisce campi normalizzati, verificabili e obbligatori è infrastruttura. Il primo esiste da anni, il secondo è quello che la normativa sta costruendo.

Da dove arriva l’obbligo

La base è il regolamento europeo sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili, che sostituisce un impianto precedente limitato agli apparecchi che consumano energia e lo estende a quasi tutte le categorie di beni. Il passaporto digitale è uno degli strumenti previsti dal regolamento, non una norma a sé.

Il funzionamento è a due livelli. Il regolamento fissa il quadro generale: che cosa è un passaporto, chi ne risponde, quali principi di accesso valgono. I requisiti concreti per ciascuna categoria arrivano invece con atti successivi, che stabiliscono per quel gruppo di prodotti quali campi sono obbligatori e da quando. Per il tessile quel lavoro è in corso.

Attorno al regolamento si muovono altri pezzi che toccano lo stesso capo: le regole sulle dichiarazioni ambientali, la responsabilità estesa del produttore sui rifiuti tessili, la rendicontazione di sostenibilità per le imprese sopra una certa dimensione. Il quadro generale è consultabile sul sito della Commissione europea, dove le singole iniziative sono raccolte per settore.

Che cosa conterrà, e in che forma

Le categorie di informazioni che ricorrono in tutte le ipotesi di lavoro sono cinque, con gradi di difficoltà molto diversi fra loro.

Categoria Esempi di campo Quanto è difficile compilarlo oggi
Identificazione Codice del prodotto, modello, lotto, operatore responsabile Facile: sono dati già presenti nei sistemi gestionali
Materiali Composizione, presenza di sostanze di interesse, contenuto riciclato Media: la composizione c’è, l’origine del riciclato molto meno
Origine e filiera Paesi e stabilimenti delle fasi principali Difficile oltre la confezione, quasi impossibile a monte della filatura
Durabilità e riparazione Istruzioni, ricambi, punti di assistenza Difficile: nella maggior parte dei casi il dato non esiste proprio
Fine vita Istruzioni per il conferimento, smontabilità, riciclabilità Difficile: richiede criteri condivisi che sono ancora in definizione

La forma conta quanto il contenuto. Un campo compilato in testo libero è inutilizzabile da una macchina: se una riga dice cotone e un’altra dice cotone organico da agricoltura rigenerativa, nessun sistema di selezione automatica saprà trattarle come lo stesso materiale. Per questo la partita vera si gioca sui vocabolari controllati, cioè sugli elenchi chiusi di valori ammessi per ciascun campo.

Il supporto fisico: QR stampato, etichetta NFC o filo cucito

Sottile etichetta elettronica adesiva con antenna in rame appoggiata su un piano
Pannage / CC BY-SA 3.0

Il dato deve essere raggiungibile partendo dall’oggetto, e questo richiede qualcosa di materiale attaccato al capo. Le opzioni tecniche sono poche e nessuna è priva di difetti.

Supporto Vantaggio Limite
Codice a due dimensioni stampato sull’etichetta Costo quasi nullo, nessuna componente elettronica, leggibile da qualsiasi telefono Si consuma con i lavaggi e viene tagliato da chi trova le etichette fastidiose
Etichetta a radiofrequenza cucita nella fodera Leggibile a distanza e in blocco, utile nella selezione automatica Costo per pezzo, componente elettronica da rimuovere prima del riciclo
Codice tessuto nel nastro o stampato sul tessuto Resiste ai lavaggi, difficile da rimuovere per errore Tecnologia meno diffusa, difficile da applicare su tessuti sottili
Marcatore inserito nella fibra Sopravvive anche allo sfilacciamento del capo Richiede lettori dedicati, oggi presenti solo in pochi impianti

La combinazione più probabile è un codice stampato per chi compra e una marcatura più resistente per gli impianti di trattamento, perché i due utilizzi hanno esigenze opposte: il primo deve essere leggibile da un telefono qualsiasi, il secondo deve funzionare su un capo strappato che scorre su un nastro a velocità industriale.

Sul modo di codificare il collegamento fra oggetto e archivio esistono già standard consolidati nella logistica, gestiti da GS1, l’organizzazione che governa i codici a barre usati in tutto il commercio. È probabile che il tessile adotti quella grammatica invece di inventarne una propria.

Chi scrive i dati e da dove li prende

Operatore che legge un codice su una scatola con un lettore portatile in magazzino
Pink Sherbet Photography from USA / CC BY 2.0

Qui la questione smette di essere tecnica. La responsabilità formale sarà di chi immette il prodotto sul mercato, cioè del marchio. Ma il marchio possiede direttamente solo una parte dei dati richiesti: quelli che riguardano il prodotto finito e la sua distribuzione.

Tutto il resto sta a monte, presso soggetti con cui spesso non ha un rapporto diretto. La composizione arriva dal fornitore di tessuto, che la riceve dal filatore, che la riceve dal commerciante di fibra. Ogni passaggio è un punto in cui il dato può essere copiato senza verifica, e la catena si allunga tanto più quanto più la fornitura è frammentata.

Il risultato prevedibile è un periodo iniziale in cui i campi facili saranno compilati bene e quelli difficili resteranno vuoti o generici. Non è necessariamente malafede: è la conseguenza di una filiera che per trent’anni è stata organizzata per comprare al prezzo migliore e non per sapere da chi. Le stesse difficoltà emergono ogni volta che si prova a ricostruire una filiera con l’aiuto di soggetti esterni all’azienda.

Due livelli di accesso: pubblico e riservato

Non tutti i dati saranno visibili a tutti, e questa è una scelta deliberata. Il regolamento prevede livelli di accesso differenziati, con informazioni aperte a chiunque e altre riservate a categorie specifiche.

  • Chi compra. Composizione, manutenzione, durabilità dichiarata, istruzioni di riparazione, indicazioni sul conferimento a fine vita.
  • Chi ripara. Schemi di costruzione, disponibilità di ricambi e accessori, indicazioni tecniche sulle cuciture e sui materiali di rinforzo.
  • Chi ricicla. Presenza di componenti da rimuovere, trattamenti applicati al tessuto, dettagli utili alla separazione dei materiali.
  • Le autorità di controllo. L’insieme completo, comprese le informazioni che l’azienda non pubblica.

La distinzione è ragionevole ma sposta il problema: la parte più interessante per chi si occupa di condizioni di lavoro rischia di finire nel livello riservato, dove resta verificabile dalle autorità e non da giornalisti, sindacati e organizzazioni indipendenti. È il punto su cui si concentreranno le discussioni nei prossimi anni.

Riparabilità e fine vita, i campi più difficili da compilare

Dichiarare che un capo è riparabile richiede un criterio, e per l’abbigliamento quel criterio non esiste ancora in forma condivisa. Per un elettrodomestico si contano le viti da svitare e i pezzi di ricambio disponibili a catalogo. Per una giacca, che cosa si conta? Le cuciture accessibili, la presenza di margine nelle cuciture laterali, la disponibilità del tessuto per una toppa, la reperibilità della cerniera.

Sono elementi misurabili, ma nessuno oggi li registra. Un produttore che volesse dichiararli dovrebbe modificare la scheda tecnica del capo e chiedere ai propri fornitori dati che non hanno mai fornito, per esempio la marca e il modello esatto della cerniera montata.

Il fine vita ha lo stesso problema in forma più grave. Dire che un capo è riciclabile ha senso solo in relazione a un impianto reale e a una tecnologia esistente. Un misto cotone e poliestere è riciclabile in un impianto sperimentale e non lo è nella filiera ordinaria, come si vede confrontando gli annunci con la capacità realmente installata negli impianti di trattamento.

Il capo che cambia proprietario, e il dato che deve sopravvivere

Un passaporto ha senso se accompagna l’oggetto per tutta la sua vita, e la vita di un capo di abbigliamento è più lunga del rapporto con chi lo ha venduto. Passa di mano, viene rivenduto, finisce in un mercatino, cambia paese.

La normativa affronta il problema imponendo che i dati restino disponibili per un periodo definito anche se l’operatore che li ha caricati cessa l’attività, con un registro centrale che conserva quantomeno gli identificativi. È una soluzione ragionevole sul piano giuridico e delicata su quello tecnico: significa mantenere in funzione servizi per decenni, per prodotti che nel frattempo non generano più ricavi.

C’è poi una conseguenza positiva e poco discussa. Un identificativo stabile rende molto più semplice il commercio dell’usato: chi rivende può dimostrare composizione e provenienza senza fotografare l’etichetta, e chi compra può verificare che il capo sia quello dichiarato. Per il mercato di seconda mano è probabilmente il singolo effetto più concreto dell’intera operazione.

Che cosa resterà fuori dal passaporto

Vale la pena essere espliciti sulle aspettative, perché la comunicazione intorno a questo strumento tende a gonfiarle.

Non ci sarà il prezzo pagato al fornitore, né il costo del lavoro incorporato nel capo. Non ci sarà il nome dello stabilimento in cui il capo è stato cucito, salvo che un atto specifico lo imponga, e oggi non è dato per scontato. Non ci saranno i risultati degli audit sociali, né le retribuzioni.

Non ci sarà, soprattutto, una garanzia di veridicità automatica. Il passaporto è una dichiarazione dell’operatore, come lo è l’etichetta di composizione: la sua affidabilità dipende dai controlli, dalle sanzioni e dalla capacità delle autorità di verificare a campione. Uno strumento digitale non rende vero un dato falso, lo rende soltanto più veloce da diffondere. È la ragione per cui conviene restare cauti anche di fronte a campagne costruite sulla trasparenza dichiarata.

Tre affermazioni da verificare quando un marchio dice di averlo già

Diversi marchi hanno annunciato di aver adottato il passaporto digitale in anticipo. Alcuni progetti sono seri, altri sono una pagina web con un codice sopra. Tre domande separano i due casi.

  1. Su quanti prodotti? Una capsule di venti articoli non è la stessa cosa dell’intero catalogo. La cifra è quasi sempre nel comunicato, in fondo.
  2. Con quali campi? Se le informazioni si fermano alla composizione e a un video sul cotone, il livello è quello di un’etichetta illustrata. I campi che contano sono origine per fase, contenuto riciclato con prova e istruzioni di fine vita.
  3. Con quale standard? Un identificativo costruito su uno standard aperto è portabile e leggibile da terzi. Uno costruito su una piattaforma proprietaria funziona finché la piattaforma esiste e finché il marchio paga il canone.

Nessuna delle tre domande richiede competenze tecniche. Richiedono soltanto di leggere il comunicato fino in fondo, come vale per qualsiasi annuncio tecnologico applicato alla moda.

Domande frequenti

Quando inizierà a comparire sui capi in negozio?

Il calendario per il tessile non è ancora fissato in via definitiva, perché dipende dagli atti attuativi specifici per il settore. Nel frattempo continueranno a comparire adozioni volontarie, che non hanno lo stesso valore ma servono alle aziende per costruire i sistemi interni.

Serve un’applicazione dedicata per leggerlo?

Nelle ipotesi in discussione no: la fotocamera di un telefono qualsiasi apre il collegamento, esattamente come accade oggi con i codici usati nei menu dei ristoranti. Un’applicazione dedicata sarebbe un ostacolo all’accesso e andrebbe contro il principio di apertura del sistema.

Che cosa succede se taglio l’etichetta?

Si perde l’accesso, se il supporto era stampato lì. È il motivo per cui si discute di soluzioni ridondanti, con un marcatore più resistente destinato agli impianti di trattamento e un codice visibile destinato a chi indossa il capo.

I capi prodotti prima dell’obbligo dovranno essere adeguati?

Le normative di questo tipo si applicano ai prodotti immessi sul mercato dopo l’entrata in vigore, non a quelli già venduti. Un armadio esistente resta com’è; la differenza si vedrà sui capi nuovi, e nel mercato dell’usato passeranno anni prima che i due mondi si mescolino.

Cambierà davvero qualcosa per chi ripara i vestiti?

Se i campi sulla riparabilità saranno obbligatori e compilati con criteri seri, sì: sapere in anticipo se esiste margine nelle cuciture o se la cerniera è di misura standard fa risparmiare tempo e permette di dire subito se un intervento conviene. È il campo su cui vale la pena tenere alta l’attenzione durante la definizione dei requisiti.

Fra qualche anno l’etichetta cucita nel fianco conterrà probabilmente due righe in meno e un codice in più. La questione che decide il valore dell’operazione non è tecnica: riguarda quali campi finiranno nell’elenco degli obblighi e quali resteranno facoltativi, perché tutto ciò che è facoltativo, in una filiera che compete sul prezzo, rimane vuoto.