Il punteggio B Corp premia aree che con la moda c’entrano poco

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Un marchio di abbigliamento espone il logo con la B in un cerchio sulla pagina iniziale, accanto a una frase sulla responsabilità. Chi lo legge ne ricava un’impressione precisa: qualcuno è andato a controllare come vengono prodotti quei capi. È un’impressione ragionevole ed è in buona parte sbagliata.

Il punteggio che porta a quella certificazione misura l’azienda nel suo complesso, non il prodotto e non la filiera in cui il prodotto nasce. Comprende la struttura di governo societario, il trattamento dei dipendenti diretti, il rapporto con il territorio, gli impatti ambientali delle sedi e il modo in cui si servono i clienti. La confezione dei capi entra in una porzione limitata del questionario.

Non significa che il marchio sia una copertura. Significa che il logo risponde a una domanda diversa da quella che si sta ponendo chi guarda l’etichetta, e conoscere quale domanda sia è l’unico modo per usarlo bene.

Che cosa dice e che cosa non dice il logo

  • Dice. Che l’azienda ha compilato una valutazione d’impatto ampia, ha superato una soglia complessiva e ha modificato lo statuto impegnandosi a considerare più portatori di interesse.
  • Dice anche. Che una parte delle risposte è stata verificata su documenti e che la certificazione va rinnovata periodicamente.
  • Non dice. Che i capi siano prodotti in condizioni verificate, né che esista tracciabilità oltre il primo fornitore.
  • Non dice. Che l’azienda abbia impatti ambientali bassi, perché il punteggio è compensativo fra aree diverse.
  • Non dice. Nulla sui volumi prodotti, che nel settore dell’abbigliamento sono la variabile che pesa di più.

Come è costruita la certificazione B Corp

Alla base della certificazione B Corp c’è un questionario di valutazione d’impatto gestito da un ente senza scopo di lucro. L’azienda risponde a diverse centinaia di domande, ottiene un punteggio complessivo e, superata la soglia, entra in un percorso di verifica documentale che precede il rilascio.

Il questionario si adatta a dimensione, settore e area geografica, quindi due imprese diverse non rispondono esattamente alle stesse domande. Questo rende il sistema applicabile a un’azienda agricola e a una società di software, e rende al tempo stesso poco significativo il confronto diretto fra punteggi di aziende molto diverse.

Alla valutazione si affianca un requisito giuridico: lo statuto deve essere modificato per includere l’impegno a considerare l’impatto delle decisioni su lavoratori, comunità e ambiente, e non soltanto sul risultato per i soci. È un passaggio sostanziale, perché sposta il vincolo dal piano volontario a quello societario. La documentazione completa del sistema è pubblicata da B Lab, l’organizzazione che lo gestisce.

Le cinque aree e che cosa misurano

Capi appesi a una stanga in un negozio di abbigliamento con cartellini visibili
Area Che cosa valuta Rilevanza per un marchio di moda
Governo societario Missione, trasparenza, coinvolgimento nelle decisioni Indiretta, riguarda come si decide
Lavoratori Retribuzioni, benefici, sicurezza, formazione dei dipendenti diretti Alta per la sede, nulla per chi cuce
Comunità Ricadute locali, diversità, catena di fornitura È qui che entra la filiera, in porzione limitata
Ambiente Consumi, emissioni, rifiuti, uso dei materiali Alta, ma spesso riferita alle attività dirette
Clienti Valore, qualità, gestione dei dati, reclami Variabile, dipende dal modello di vendita

La riga da leggere due volte è quella dei lavoratori. Nel linguaggio del questionario indica le persone assunte dall’azienda: uffici, negozi, magazzino. Le persone che cuciono i capi lavorano per i fornitori, e ricadono in un’altra area, con un peso molto inferiore.

La soglia dei punti, e perché è compensativa

Per certificarsi occorre superare una soglia complessiva calcolata sul totale delle aree. Il meccanismo è additivo: i punti ottenuti in un ambito si sommano a quelli ottenuti negli altri, senza che sia richiesto un minimo per ciascuno.

La conseguenza è aritmetica. Un’azienda con un’impronta ambientale pesante può raggiungere la soglia accumulando punti su governo societario, benefici ai dipendenti, ricadute sul territorio e gestione dei clienti. Nessuna di queste voci è irrilevante, ma nessuna riguarda ciò che rende impattante la produzione di abbigliamento.

Questa struttura ha una logica: nasce per essere applicabile a qualunque settore, e un sistema che imponesse soglie minime per area escluderebbe intere categorie di imprese. Il prezzo di quella generalità è che il punteggio non racconta il profilo, ma solo il totale. Due aziende con lo stesso punteggio possono avere composizioni opposte, e chi legge il numero non lo sa. È lo stesso limite che si incontra quando un dato aggregato viene usato in comunicazione.

Lavoratori significa i propri dipendenti, non la filiera

È il fraintendimento centrale, e vale la pena insistere. Nel modello di valutazione l’area dedicata ai lavoratori misura le condizioni di chi ha un rapporto di lavoro con l’azienda certificata.

Per un marchio di abbigliamento questo significa in pratica il personale di sede, la rete di vendita e la logistica, cioè una minoranza delle persone che contribuiscono a fare arrivare un capo in negozio. Chi taglia, cuce, stira e imballa lavora quasi sempre per imprese terze in altri paesi.

Il paradosso è che un marchio con pochi dipendenti diretti e ottimi benefici per loro ottiene un risultato eccellente in quell’area, indipendentemente da quanto sappia della propria catena di fornitura. Chi vuole informazioni su quest’ultima deve cercarle altrove, per esempio in una lista fornitori pubblicata o in un rapporto di sostenibilità, con i criteri usati per leggere i documenti di filiera.

Dove finisce la filiera nel questionario

La catena di fornitura è presente, e sarebbe scorretto dire il contrario. Le domande riguardano l’esistenza di un codice di condotta, la valutazione dei fornitori su criteri sociali e ambientali, la percentuale di acquisti da fornitori verificati e la stabilità dei rapporti.

Il limite è duplice. Il primo è di peso: quelle domande sono una parte di un’area fra cinque, quindi possono valere poco sul totale. Il secondo è di natura: misurano l’esistenza di procedure, non il loro esito. Avere un codice di condotta firmato da tutti i fornitori è una risposta positiva, e non dice nulla su che cosa accada dentro i laboratori.

È una distinzione che ricorre in tutti i sistemi di valutazione aziendale: si misura ciò che è documentabile in modo uniforme fra settori diversi. Una verifica sostanziale delle condizioni di lavoro in uno stabilimento richiede uno strumento specialistico e una visita in loco, che nessun questionario generalista può contenere.

C’è poi una questione di livello. Le domande sulla fornitura si riferiscono in genere ai fornitori diretti, cioè a chi emette fattura al marchio. Nell’abbigliamento quella soglia esclude quasi sempre le fasi a maggiore intensità di lavoro, che avvengono uno o due passaggi più in basso. Un’azienda può quindi dichiarare con verità di aver valutato tutti i propri fornitori e non sapere nulla di dove i capi siano stati materialmente cuciti.

Che cosa viene verificato e come

Moduli di verifica compilati a mano accanto a una penna su una scrivania chiara
Taufan prasetyo / CC BY-SA 4.0

La compilazione è in autovalutazione, il che è normale in questo tipo di sistemi ed è comunque il punto più esposto a critica. Dopo la compilazione l’ente richiede documentazione a campione su un sottoinsieme di risposte, svolge un colloquio di revisione e conduce controlli sulle controversie pubbliche a carico dell’azienda.

Non è quindi né una semplice dichiarazione né un audit sul campo. È una revisione documentale, più profonda di una autocertificazione e meno invasiva di un’ispezione. Una parte delle aziende è sottoposta a controlli aggiuntivi, e la certificazione va rinnovata a scadenza ripetendo il processo.

Esiste inoltre un meccanismo di reclamo che consente a terzi di segnalare comportamenti incompatibili con la certificazione, con procedure che possono portare a revoca. È lo strumento più interessante del sistema per chi guarda dall’esterno, perché è l’unico che non dipende da ciò che l’azienda sceglie di dichiarare.

Resta un aspetto strutturale che vale per tutti gli schemi volontari e che conviene nominare: il processo è a carico dell’azienda, che paga una quota per accedervi e per mantenere la certificazione. Non è una anomalia, perché è così che si finanziano quasi tutti gli enti di certificazione, e non implica indulgenza. Implica però che il sistema si rivolga a chi ha risorse e struttura per affrontarlo, e che le imprese molto piccole ne restino fuori non per merito ma per soglia d’ingresso.

Società benefit e B Corp: due cose diverse

In Italia la confusione fra i due termini è quotidiana e va sciolta. La società benefit è una forma giuridica prevista dall’ordinamento nazionale: chi la adotta inserisce nello statuto finalità di beneficio comune, nomina un responsabile dell’impatto e pubblica ogni anno una relazione.

La certificazione è invece un marchio privato rilasciato da un ente terzo dopo una valutazione. Diventare società benefit non comporta alcuna certificazione, e non richiede il superamento di alcuna soglia di punteggio: è un impegno statutario con obblighi di rendicontazione.

Le due cose si incrociano perché l’ente certificatore chiede, dove l’ordinamento lo consente, di adottare una forma societaria che incorpori quell’impegno. Quindi in Italia molte aziende certificate sono anche società benefit, ma l’insieme delle società benefit è molto più ampio e comprende imprese che non hanno mai affrontato alcuna valutazione esterna. Chi legge la dicitura in fondo a un sito dovrebbe sapere quale delle due sta guardando.

Perché un’azienda con impatti alti può certificarsi

Mettendo insieme i punti precedenti, la risposta è meccanica e non richiede alcuna malafede da parte di nessuno. Il punteggio è compensativo, l’area dei lavoratori riguarda i dipendenti diretti, la filiera pesa poco e i volumi non entrano nel calcolo.

A questo si aggiunge un elemento poco discusso: il perimetro societario. Il gruppo che possiede un marchio può essere una struttura complessa, e la certificazione riguarda la singola entità che si è sottoposta alla valutazione. Un marchio certificato all’interno di un gruppo non certificato è una situazione possibile e legittima, che però comunica al pubblico un messaggio più ampio di quanto il perimetro giustifichi.

La conclusione ragionevole non è che il marchio non valga nulla. È che valga come indizio sulla struttura e sulla cultura aziendale, e non come garanzia sul prodotto. Sono due livelli distinti, e la comunicazione tende a farli coincidere, come accade nella lettura delle certificazioni applicate ai marchi di abbigliamento.

La revisione degli standard e che cosa cambia

L’ente che gestisce il sistema ha annunciato una revisione profonda del modello, con l’obiettivo di superare la logica del punteggio unico. L’impostazione dichiarata prevede requisiti obbligatori distribuiti su temi d’impatto, che dovranno essere soddisfatti tutti anziché compensati fra loro.

Se applicata come descritta, la modifica risponde esattamente alla critica principale: non sarà più possibile raggiungere la soglia accumulando punti dove è facile. Sono previsti requisiti crescenti nel tempo e attenzione specifica alla catena di fornitura, che è la parte più debole del modello attuale.

Va però tenuto presente che una transizione di questo tipo richiede anni e riguarda un insieme molto ampio di aziende già certificate, con periodi di adeguamento. Nel frattempo convivono sul mercato loghi ottenuti con criteri diversi, e nulla nel logo indica quale sia. È una ragione in più per chiedere l’anno della certificazione insieme al punteggio.

Come usare il marchio come indizio

  1. Cerca il punteggio e l’anno. Sono pubblici. Un punteggio appena sopra la soglia e una certificazione vecchia dicono qualcosa di diverso da un punteggio alto e recente.
  2. Guarda la ripartizione per area. È il dato più informativo e quasi nessuno lo apre. Un profilo con ambiente e comunità bassi e clienti alto va letto per quello che è.
  3. Verifica il perimetro. Quale entità è certificata, e se coincide con il marchio che stai valutando.
  4. Confronta con documenti di filiera. Lista fornitori, percentuale di copertura degli audit, presenza di schemi specialistici sul lavoro.
  5. Controlla i volumi. Un marchio che aumenta la produzione ogni anno ha una traiettoria che nessun punteggio corregge.
  6. Non fermarti al logo. È il punto di partenza di una verifica, non la sua conclusione.

Sono cinque minuti di lavoro e cambiano completamente il valore informativo del simbolo. La differenza fra un indizio e una garanzia sta quasi sempre in quei cinque minuti.

Domande frequenti

Un marchio certificato è preferibile a uno che non lo è?

A parità di altre informazioni sì, perché ha accettato una valutazione esterna e ha modificato lo statuto. Ma un marchio non certificato che pubblica la lista dei fornitori e i risultati delle verifiche fornisce dati più pertinenti sul prodotto.

Perché aziende molto grandi ottengono la certificazione?

Perché il sistema valuta l’entità che si sottopone al processo secondo criteri proporzionati alla sua dimensione. Le controversie nate su alcune certificazioni di società collegate a grandi gruppi riguardano proprio il perimetro, non la correttezza formale della procedura.

Il punteggio è verificabile da chiunque?

Sì, il punteggio complessivo e la ripartizione per area sono consultabili nel registro pubblico delle aziende certificate. È l’informazione più utile del sistema e anche la meno consultata.

La certificazione scade?

Va rinnovata periodicamente ripetendo la valutazione, e il punteggio può salire o scendere. Un’azienda che non rinnova esce dall’elenco, quindi la presenza nel registro aggiornato è già una verifica.

Serve per capire se un capo è prodotto bene?

No, e non è lo scopo dello strumento. Per quella domanda servono informazioni sul singolo stabilimento, sulle verifiche svolte e sui materiali usati, che si cercano nei documenti di filiera e nelle certificazioni di prodotto.

Come si inserisce nella normativa europea sulle dichiarazioni ambientali?

Le regole in discussione e in progressiva applicazione a livello europeo puntano a limitare le affermazioni generiche e a chiedere sostanza verificabile dietro ogni claim. Il quadro di riferimento è mantenuto dalla Commissione europea, e riguarda anche il modo in cui i marchi privati vengono presentati al pubblico.

Il simbolo in fondo alla pagina di un marchio non è una bugia: è una risposta precisa a una domanda che non riguarda i capi. Chi lo apre, guarda il profilo per area e confronta l’anno con quello dei documenti di filiera ottiene un’informazione utile; chi si ferma al logo ha comprato un’impressione.