I pallini nascono dall’attrito

Maglione di lana piegato su un piano di legno con la trama del punto ben visibile

Girlmath / BY-SA 4.0

Il maglione ha due mesi. Sul fianco destro, dove passa la tracolla della borsa, e sotto le braccia la superficie è coperta di palline grigie che al tatto sembrano feltro. Il resto del capo è intatto: colore pieno, maglia compatta, polsini che tengono. Il difetto è concentrato in tre zone e finisce lì.

Quasi sempre chi lo indossa conclude che il capo era di scarsa qualità. In parte può essere vero, ma la spiegazione completa è meccanica e riguarda punti precisi: dove il tessuto sfrega, quanto sono lunghe le fibre del filato e quanto sono resistenti a rottura. Cambiando uno solo di questi tre fattori il risultato cambia in modo visibile.

Le domande che seguono sono quelle che tornano ogni autunno, quando si riaprono le scatole della maglieria. Le risposte servono a due cose: scegliere meglio il prossimo capo e recuperare quelli che si hanno già, che nella maggior parte dei casi sono salvabili in mezz’ora.

In breve, prima di prendere la macchinetta

  • L’origine è una sola. Sfregamento ripetuto nello stesso punto, che fa uscire le estremità delle fibre dal filo.
  • La fibra decide se restano. Le fibre deboli si spezzano e i pallini cadono; quelle tenaci li tengono attaccati per mesi.
  • Il filato pesa più della materia prima. Fibre corte e torsione bassa producono pallini anche su una fibra nobile.
  • I punti sono prevedibili. Ascelle, fianchi, polsini, zona della cintura di sicurezza e spallacci dello zaino.
  • Si rimuovono a capo asciutto e in piano, con la macchinetta sui tessuti compatti e con il pettine su cashmere e maglie rade. Mai con le forbici.

Che cos’è il pilling dei maglioni, in termini meccanici?

Il processo si svolge in tre fasi, ed è lo stesso su una felpa da quindici euro e su un cardigan da trecento. Prima lo sfregamento solleva le estremità delle fibre che sporgono dal filo e crea una peluria superficiale. Poi quella peluria si aggroviglia su sé stessa e forma una sferetta compatta. Infine la sferetta si stacca, oppure resta.

La terza fase è quella che decide l’aspetto del capo. Un pallino trattenuto da poche fibre che si rompono facilmente vive pochi giorni e sparisce da solo. Un pallino ancorato da fibre resistenti rimane finché non lo si toglie a mano, e nel frattempo raccoglie polvere e cambia colore, che è il motivo per cui si notano tanto.

Ne discende un punto poco intuitivo: la formazione dei pallini non è di per sé un difetto di qualità. Quasi tutti i tessuti in fibra corta ne producono nelle prime settimane. La differenza fra un capo buono e uno mediocre sta in quanti se ne formano dopo quella fase iniziale e in quanto in fretta se ne vanno.

Perché alcuni pallini cadono da soli e altri restano attaccati?

È il punto su cui si gioca l’aspetto finale, e distingue il pilling dei maglioni in fibra animale da quello dei capi sintetici. Dipende dalla tenacità della fibra, cioè dalla forza necessaria per spezzarla. Le fibre animali e vegetali hanno una tenacità moderata: il peduncolo che tiene il pallino si rompe con l’uso normale e la pallina si perde senza che nessuno se ne accorga.

Le fibre sintetiche a filamento continuo, poliestere e poliammide in testa, sono molto più resistenti. Quando una di quelle fibre ancora un pallino, quel pallino non si stacca: resiste al lavaggio, allo sfregamento e al tempo. È la ragione per cui un pile in poliestere di tre anni ha una superficie completamente diversa da quella del giorno dell’acquisto, mentre un maglione di lana pura si stabilizza dopo qualche mese.

Il caso peggiore è la miscela fra una fibra debole e una tenace. La fibra debole si sfilaccia e produce la peluria, quella tenace fa da ancora e la trattiene. Una miscela di lana e acrilico, o di cotone e poliestere in proporzioni vicine, mette insieme le due condizioni sfavorevoli nello stesso tessuto.

Quali fibre fanno più pallini?

La tabella riassume il comportamento tipico. Vale a parità di costruzione: un filato mal fatto peggiora qualunque riga.

Fibra Quantità di pallini Restano attaccati?
Lana pettinata fine Media nelle prime settimane No, si staccano
Cashmere Alta all’inizio, poi cala No, si staccano presto
Mohair e alpaca a fibra lunga Bassa No
Cotone Da bassa a media No
Viscosa e modal Media In parte sì
Acrilico Alta Sì, a lungo
Poliestere Media Sì, a lungo
Lana con poca poliammide Bassa Sì, ma sono pochi

L’ultima riga è quella che sorprende. Una quota contenuta di poliammide aumenta la resistenza all’abrasione e riduce la peluria complessiva, quindi il capo ne fa meno; però i pochi che compaiono restano ancorati. È un compromesso accettabile su calzini e polsini, meno su un dolcevita.

Il cashmere merita una nota a parte. Le sue fibre sono fini e corte, quindi ne fa parecchi nelle prime settimane, e questo spaventa chi ha appena speso una cifra importante. Se il filato è buono, dopo il secondo o terzo uso il fenomeno si riduce da solo. Se continua uguale dopo un mese, il filato conteneva fibre troppo corte, come si riconosce già in che cosa distingue una fibra naturale da un’altra.

Viscosa e modal stanno in una posizione intermedia che confonde spesso. Sono fibre di origine vegetale rigenerate in stabilimento, quindi tagliate a lunghezza costante e più regolari di una fibra naturale, ma perdono resistenza da bagnate. In una maglia leggera portata sotto una giacca producono una peluria fine che si compatta lentamente e che il lavaggio frequente accentua.

Il filato conta più della fibra?

Nella maggior parte dei casi sì. Due maglioni con la stessa composizione stampata sull’etichetta possono comportarsi in modo opposto, perché quello che tiene le fibre dentro il filo è la torsione, non il nome della materia prima.

Un filato pettinato è passato attraverso una lavorazione che elimina le fibre più corte e allinea le altre. Un filato cardato le conserva tutte, comprese quelle di pochi millimetri che escono al primo attrito. Il primo costa di più, produce una superficie più liscia e fa meno pallini; il secondo dà un tessuto più voluminoso e più caldo a parità di peso, e ne fa di più.

La torsione agisce nello stesso modo. Un filo molto ritorto tiene le estremità imprigionate, uno morbido le lascia libere. Il filo morbido è più piacevole al tatto in negozio, ed è anche il motivo per cui certi capi che sembrano meravigliosi allo scaffale sono coperti di palline dopo un mese.

Terzo elemento, la costruzione della maglia. Un punto fitto blocca i fili e riduce lo sfregamento fra loro; una maglia rada li lascia muovere. Le superfici garzate, cioè spazzolate per sollevare la peluria, partono già con le fibre fuori dal filo e sono le più esposte in assoluto.

Perché nascono sempre negli stessi punti?

Tracolla di una borsa appoggiata sulla spalla sopra un maglione a maglia fitta
João Paulo Mota (Projeto Mais+) / BY-SA 4.0

Perché il pilling è una mappa dell’attrito, non un difetto distribuito a caso. I punti si ripetono con una regolarità quasi noiosa e corrispondono ai contatti fra tessuto e qualcos’altro.

  • Ascelle e fianchi. Il braccio sfrega sul busto a ogni passo, e le due superfici sono dello stesso tessuto.
  • Fascia della tracolla. Borsa o zaino premono e strisciano su una striscia larga pochi centimetri.
  • Diagonale della cintura di sicurezza. Chi guida molto trova i pallini solo da un lato.
  • Polsini e avambracci. Il piano della scrivania è più abrasivo di quanto sembri.
  • Schiena e fondo. La fodera del capospalla, quasi sempre sintetica, lavora contro la maglia per tutta la giornata.

Questo spiega perché due persone con lo stesso maglione ottengono risultati diversi. Chi lo porta sotto un cappotto foderato e con la borsa a tracolla accumula in un mese lo sfregamento che un altro accumula in una stagione.

Il lavaggio peggiora o migliora la situazione?

Peggiora, quasi sempre, perché in lavatrice il capo sfrega contro sé stesso e contro gli altri per l’intera durata del ciclo. Il danno non viene dall’acqua ma dall’agitazione meccanica e dalla centrifuga.

Quattro accorgimenti cambiano il risultato in modo misurabile. Rivoltare il capo, così che l’attrito colpisca il rovescio. Lavare la maglieria separata dai capi con cerniere, velcro e denim, che sono superfici abrasive. Usare un sacchetto a rete. Ridurre i giri di centrifuga, perché è nella fase finale che le fibre vengono schiacciate e sfregate contro la parete del cesto.

L’asciugatrice va evitata sulla maglieria per lo stesso motivo: il tamburo caldo produce migliaia di piccoli sfregamenti. Il filtro pieno di lanugine dopo un ciclo dà la misura di quanta fibra il capo ha appena perso.

Sui detersivi vale una distinzione poco nota. Quelli per il cotone contengono spesso enzimi cellulasi, che consumano la peluria superficiale e in effetti rendono il tessuto più liscio. Sulle fibre proteiche, cioè lana e seta, altri enzimi attaccano invece la fibra stessa: per questo i detergenti specifici per lana ne sono privi. Leggere l’etichetta del detersivo è parte della cura del capo tanto quanto la scelta iniziale del tessuto.

Come si tolgono senza rovinare il capo?

Spazzola per abiti in legno appoggiata su un capo in lana steso in piano

La rimozione toglie fibra, quindi va fatta bene e non troppo spesso. Il capo deve essere asciutto e disteso in piano, mai tirato o tenuto in mano.

  1. Stendere il maglione su un tavolo, senza pieghe, lavorando una zona alla volta di venti centimetri per venti.
  2. Sui tessuti compatti usare la macchinetta rasapelucchi, con la griglia più fine disponibile, appoggiata senza premere.
  3. Su cashmere, maglie rade e superfici garzate usare il pettine apposito o la pietra pomice per tessuti, con movimenti brevi in un’unica direzione.
  4. Non usare le forbici né il rasoio da barba: tagliano anche i fili portanti e aprono buchi che si notano al primo lavaggio.
  5. Finito, passare una spazzola morbida per togliere i residui e lasciare riposare il capo un giorno prima di rimetterlo.

Sulle maglie molto fini conviene una prova preliminare in un punto nascosto, come il fondo interno o l’interno del polsino. Alcune macchinette hanno una lama troppo aggressiva per un filo sottile e lo tranciano invece di rasare la superficie: il danno si vede subito, e su una zona nascosta resta senza conseguenze.

La frequenza giusta è due o tre interventi nella prima stagione, poi uno all’inizio di ogni inverno. Chi passa la macchinetta ogni settimana assottiglia il tessuto e lo rende trasparente sui gomiti in un paio d’anni.

Si può capire in negozio se un maglione farà i pallini?

In buona parte sì, con tre prove che richiedono meno di un minuto e non danneggiano il capo.

  1. Sfregamento. Con il polpastrello, strofinare avanti e indietro per dieci secondi su una zona nascosta, come l’interno del fondo. Se compare subito una peluria evidente, il capo la farà anche addosso.
  2. Controluce. Alzare il capo verso una fonte di luce. Una maglia rada e irregolare lascia passare più luce e lavora peggio sotto attrito.
  3. Superficie. Guardare il filo da vicino: se si distinguono i giri di torsione è un filato ritorto; se si vede solo una nuvola morbida, le fibre sono libere.

C’è una quarta verifica che riguarda il modello più del tessuto. I capi con maniche molto aderenti e busto ampio concentrano l’attrito su una striscia stretta sotto l’ascella, e lì i pallini arrivano prima. Un taglio più regolare distribuisce lo sfregamento su una superficie maggiore, quindi lo stesso filato dura più a lungo con una vestibilità meno stretta.

A queste si aggiunge la lettura della composizione, con attenzione alle miscele in cui una fibra debole convive con una tenace in percentuali vicine. Il prezzo, da solo, non predice niente: esistono capi costosi in filato cardato morbido che fanno pallini quanto un acrilico, e maglie di fascia media in lana pettinata che ne fanno pochissimi. Il criterio è lo stesso che si applica quando si valuta un capo destinato a durare più di una stagione.

Che cosa misurano le prove di laboratorio?

Esistono metodi normalizzati per valutare la tendenza di un tessuto a formare pallini. Nei più diffusi il campione viene fatto sfregare per un numero prestabilito di cicli, dentro una camera rotante oppure su un apparecchio ad attrito circolare, e poi confrontato con una scala di riferimento visiva.

Il risultato è un voto da uno a cinque, dove cinque significa superficie intatta e uno superficie coperta di pallini. Gli uffici acquisti dei marchi fissano nei capitolati un voto minimo che il fornitore deve garantire, ed è uno dei parametri che distingue una collezione controllata da una assemblata al prezzo più basso.

Il dato non compare quasi mai sul cartellino, ma si può chiedere all’assistenza di un marchio che dichiara controlli di qualità: la risposta, o la sua assenza, dice già qualcosa. Per il lettore resta un promemoria utile: la resistenza al pilling è una proprietà misurabile del tessuto, non un’opinione sulla morbidezza. La fibra tessile impiegata è solo il punto di partenza di quella misura.

Domande frequenti

Un maglione che fa pallini è di scarsa qualità?

Non necessariamente. Molte fibre pregiate e corte ne producono nelle prime settimane e poi si stabilizzano. Il segnale negativo è la persistenza: se dopo un mese di uso il capo continua a produrne nella stessa quantità, il filato contiene troppe fibre corte o troppo poca torsione.

Togliere i pallini rovina il tessuto?

Se fatto a capo asciutto, in piano e senza premere, no. Il rischio nasce dall’eccesso di zelo: ogni passaggio asporta un po’ di materia, quindi due o tre interventi a stagione sono un limite ragionevole. Le forbici e i rasoi vanno esclusi in ogni caso.

L’ammorbidente aiuta?

Non impedisce la formazione dei pallini, che dipende dall’attrito. Riduce leggermente la carica elettrostatica che tiene le palline attaccate al tessuto, ma sulla lana appesantisce le fibre e sui capi tecnici ostruisce la traspirazione. Non è la soluzione che promette di essere.

Perché il capospalla rovina i maglioni sulla schiena?

Perché la fodera è quasi sempre in fibra sintetica liscia e resistente, e lavora contro la maglia per tutte le ore in cui si tiene il cappotto addosso. Chi trova i pallini soprattutto sulla schiena e sui fianchi guardi la fodera del capo che ci porta sopra, prima di dare la colpa al maglione.

Vale la pena comprare un maglione usato con i pallini?

Spesso sì, perché la fase iniziale è già passata e quello che resta si toglie in venti minuti. Va controllato lo spessore nelle zone di attrito: se il tessuto è diventato trasparente, la fibra è stata consumata e il capo non torna indietro. È lo stesso controllo che si fa su un capo di seconda mano scelto con criterio.

Una superficie coperta di palline racconta come è costruito il filo e dove il capo sfrega, non quanto è stato pagato. Chi legge quella mappa sceglie meglio il maglione successivo e, quasi sempre, tiene in armadio quello che aveva già deciso di buttare.