Alpaca, mohair, lambswool: quale fibra regge il tuo inverno

wool yarn balls

In vetrina ci sono tre maglioni dello stesso colore, appesi uno accanto all’altro. Sui cartellini si legge alpaca, mohair, lambswool, e i prezzi sono diversi fra loro di parecchie decine di euro. Al tatto sembrano tutti morbidi, e la commessa dice che sono tutti caldi.

Sono tre fibre animali che si comportano in modo profondamente diverso addosso e nel tempo. Una scalda molto per il suo peso ma si allunga e non torna; una tiene la forma e brilla ma punge sul collo; una è elastica e stabile ma pesa di più a parità di calore.

La scelta giusta non dipende dal prezzo né dalla morbidezza al banco. Dipende da tre variabili concrete: il clima in cui si vive, il modo in cui si porta il capo e quanto si è disposti a curarlo. Con quelle tre in mano la vetrina si legge in due minuti.

Le tre fibre in una tabella

Criterio Alpaca Mohair Lambswool
Origine Camelide sudamericano Capra d’angora Prima tosa dell’agnello
Calore per peso Alto Medio alto Medio
Tenuta della forma Scarsa, tende a cedere Buona, fibra resiliente Ottima, molto elastica
Pilling Basso se la fibra è lunga Molto basso Medio, si stabilizza presto
Sensazione sulla pelle Liscia e scivolosa Ruvida, con alone di peli Morbida ed elastica
Prezzo del filato Alto Alto Medio

Le righe che decidono quasi sempre sono la seconda e la terza. Le altre servono a evitare gli errori di aspettativa, che sono il motivo per cui un capo costoso finisce inutilizzato.

Le differenze tra alpaca e mohair, fibra per fibra

Alpaca al pascolo su un altopiano andino con il vello folto e chiaro
Chen Huang / CC BY 3.0

Le due fibre vengono spesso presentate insieme come alternative pregiate alla lana, e sono quasi opposte in tutto ciò che conta.

La fibra di alpaca ha una struttura interna che in molti peli comprende una cavità o una zona meno densa lungo l’asse, il che la rende leggera in rapporto al volume e la fa isolare bene. È liscia, con scaglie superficiali poco pronunciate, quindi scorre sulla pelle e non punge quasi mai. Non contiene lanolina, il grasso della lana che alcune persone tollerano male.

Va chiarito un punto di vocabolario che genera confusione al banco: la fibra ricavata dal coniglio d’angora non è il mohair, pur condividendo parte del nome. Sono due materiali diversi, con animali diversi, prezzi diversi e comportamenti diversi, e l’etichetta di composizione li distingue con due denominazioni separate.

La fibra di mohair viene dalla capra d’angora ed è nota per due caratteristiche: la lucentezza, dovuta a scaglie molto piatte che riflettono la luce, e la resilienza, cioè la capacità di tornare alla forma dopo essere stata compressa o piegata. È una fibra resistente, che dura, ma con una tendenza a formare quell’alone di peli sporgenti che dà l’aspetto caratteristico dei capi in questa fibra.

Lambswool: che cosa distingue la prima tosa

Non è una specie diversa, è una qualità della lana. Il termine indica la fibra ottenuta dalla prima tosatura dell’agnello, effettuata nei primi mesi di vita, e ciò che la distingue è che ogni pelo ha ancora la punta originale, mai tagliata.

La punta naturale è affusolata, quindi il pelo termina in modo graduale invece che con un taglio netto. Su un tessuto questo significa una superficie meno pungente e una mano più soffice, a parità di finezza rispetto a una lana di tosature successive.

Il secondo vantaggio è l’elasticità. La lana ha una struttura ondulata lungo l’asse del pelo, quasi una molla, ed è questa arricciatura a dare al tessuto la capacità di allungarsi e tornare. È la ragione tecnica per cui un maglione in questa fibra tiene la forma meglio di quasi tutte le altre, e per cui i polsini si richiudono dopo essere stati allargati. Il rapporto fra finezza e comfort è quello descritto in che cosa distingue le fibre naturali fra loro.

Calore per peso: perché l’alpaca scalda con meno grammi

L’isolamento termico di un tessuto non dipende dalla fibra in sé ma dall’aria che riesce a trattenere ferma. Una fibra isola bene quando crea molte piccole camere d’aria che il vento non può attraversare.

L’alpaca vince su questo terreno perché la struttura del pelo aggiunge volume senza aggiungere massa, e perché la fibra ha un diametro che consente costruzioni voluminose. Un maglione in questa fibra scalda quanto uno di lana più pesante, e questo lo rende adatto a chi cammina molto o a chi si sposta fra esterno e interni riscaldati.

Il lambswool arriva al medesimo risultato per una via diversa: l’arricciatura del pelo tiene i fili distanziati e crea il volume nel tessuto invece che dentro la fibra. Costa più grammi, ma produce un tessuto più stabile. Il mohair sta in mezzo, con il vantaggio dell’alone superficiale che aggiunge uno strato d’aria fermo attorno al capo.

La tenuta della forma, dove le tre si separano

È la variabile che determina se il maglione sarà ancora presentabile fra tre anni, ed è quella su cui l’alpaca perde nettamente.

La superficie liscia della fibra fa sì che i peli scorrano l’uno sull’altro sotto il peso del capo. Il risultato è che un maglione in questa fibra si allunga con l’uso, soprattutto in verticale, e non torna da solo: le maniche crescono, il fondo si allarga, la spalla scende. Non è un difetto di fabbricazione, è il comportamento della fibra.

Il mohair e la lana d’agnello si comportano meglio perché entrambe hanno una capacità di ritorno elastico: le scaglie e l’arricciatura riportano il tessuto verso la posizione di partenza. In pratica, un capo in alpaca va sempre conservato piegato e mai su gruccia, e conviene lasciarlo riposare in piano dopo ogni uso, mentre un capo in lana d’agnello perdona molto di più.

Pilling: quale fibra fa i pallini e perché

Superficie ravvicinata di un maglione lavorato a maglia con i punti ben visibili

I pallini si formano quando le estremità delle fibre escono dal filo, si arrotolano per attrito e restano attaccate al tessuto da un pelo residuo. Servono quindi due condizioni: fibre corte che escono, e una superficie che le trattenga.

Il mohair è la fibra che ne fa di meno, perché è lunga e liscia: le poche estremità che escono tendono a staccarsi completamente invece di aggrovigliarsi. L’alpaca si comporta bene quando la fibra usata è lunga, e male quando il filato è costruito con fibre corte, il che avviene nei capi economici. Il lambswool ne fa di più nelle prime settimane, poi il fenomeno si attenua.

Su tutte e tre vale la stessa regola pratica: la maggior parte dei pallini si forma nei punti di attrito con altri materiali, cioè fianchi, ascelle e zona della cintura di sicurezza. Si tolgono con un pettine apposito o una macchinetta, mai con le forbici, e il capo va lasciato riposare fra un uso e l’altro, come descritto per la manutenzione della maglieria in generale.

Prurito e finezza: il numero che decide il contatto

La sensazione di prurito non dipende dal tipo di animale ma dal diametro dei peli. Sopra una certa soglia il pelo è rigido abbastanza da non piegarsi al contatto con la pelle e stimola i recettori: è un fatto meccanico, non un’allergia.

Tutte e tre le fibre esistono in gradi diversi di finezza, e all’interno di ciascuna la variabilità è ampia. Un’alpaca di grado fine è più delicata sulla pelle di una lana d’agnello grossolana, e viceversa. Il nome sul cartellino da solo non permette di prevedere la sensazione.

Il mohair è il caso particolare: anche nei gradi fini, i peli lunghi che formano l’alone toccano la pelle in modo puntiforme e producono spesso una sensazione di solletico. Per questo si usa più volentieri in capi portati sopra altri strati, e meno in dolcevita e maglie a contatto. La prova da fare in negozio è appoggiare il capo sull’interno del polso o sul collo per un minuto intero: la reazione arriva dopo una decina di secondi, non subito.

Il prezzo, dal filato al cartellino

I prezzi delle materie prime seguono la disponibilità. Il lambswool viene da una filiera vasta e consolidata, quindi costa meno delle altre due. L’alpaca e il mohair provengono da produzioni geograficamente concentrate e da animali meno numerosi, e i loro prezzi risentono anche delle oscillazioni della domanda del settore moda.

Sul cartellino la differenza si attenua, perché il costo della fibra è solo una parte del prezzo finale. Fra due maglioni allo stesso prezzo, quello in fibra più costosa avrà quasi sempre una costruzione più povera: filo più sottile, maglia più rada, rifiniture cucite invece che rimagliate.

Ci sono due indizi che permettono di verificare l’affermazione senza aprire il capo. Il primo è il peso: si solleva il maglione per le spalle e si valuta se ha una consistenza proporzionata al volume. Il secondo è la trasparenza in controluce, che dice quanto è rada la maglia. Fra due capi allo stesso prezzo, quello più pesante e più fitto contiene semplicemente più materia prima.

Ne segue una regola di acquisto controintuitiva. A budget limitato conviene un capo in lana d’agnello ben costruito piuttosto che uno in fibra nobile costruito male, perché la costruzione incide sulla durata più della materia prima. È lo stesso ragionamento sviluppato in come si valuta un capo destinato a restare.

Come si comportano nell’umido e nel vento

Le tre fibre assorbono umidità in quantità simili e la cedono lentamente, che è la caratteristica generale delle fibre animali e la ragione per cui restano tiepide anche da bagnate.

La differenza sta nel vento. Un tessuto voluminoso e poco compatto, tipico dei capi in alpaca, lascia passare l’aria e perde gran parte del suo isolamento in una giornata ventosa. Un tessuto in lana d’agnello lavorato fitto ferma meglio l’aria a parità di spessore.

Nell’umido il mohair ha un comportamento particolare: l’alone di peli tende ad appiattirsi e il capo perde volume finché non asciuga. Non è un danno e si recupera scuotendo il capo da asciutto. Chi vive in un clima piovoso e ventoso troverà quindi più utile un capo in lana d’agnello sotto un capospalla, e potrà tenere l’alpaca per i climi freddi e secchi, dove dà il meglio.

Le miscele, che coprono la maggior parte dei capi in vendita

Pochi capi in commercio sono costruiti con una sola fibra, e le miscele non sono un compromesso al ribasso: quasi sempre servono a correggere un difetto specifico.

Le combinazioni ricorrenti sono tre. Alpaca con lana, per aggiungere elasticità e tenuta della forma a una fibra che ne ha poca. Mohair con lana, per ridurre il costo e ammorbidire la mano. Fibre nobili con una piccola quota di poliammide, che aumenta la resistenza all’abrasione nei punti di attrito e riduce il pilling.

Esiste anche una miscela che vale la pena riconoscere perché è quasi sempre un segnale negativo: fibra nobile citata in evidenza sul cartellino con una percentuale molto bassa, accompagnata da una maggioranza di acrilico. In quel caso il nome sul davanti del cartellino descrive una quota minoritaria del capo, e la sensazione al tatto viene dalla fibra sintetica.

La percentuale di sintetico è il dato da guardare. Fino a una quota minima ha una funzione tecnica precisa; oltre, sta sostituendo la fibra nobile per abbassare il costo. Una lettura corretta della riga di composizione, con l’ordine decrescente delle percentuali, resta il primo strumento a disposizione al banco.

Quale fibra per quale clima

La sintesi si fa incrociando temperatura, umidità e uso del capo.

  • Freddo secco, uso all’aperto. Alpaca, per il calore a peso contenuto. Da portare sotto un capospalla che fermi il vento.
  • Freddo umido e ventoso. Lana d’agnello in maglia fitta, che tiene la forma anche quando il capo si inumidisce.
  • Inverno mite, interni riscaldati. Un capo leggero in lana d’agnello o in miscela, perché l’alpaca risulta troppo caldo in ambienti chiusi.
  • Capo portato sopra altri strati. Mohair, che dà volume, dura a lungo e non tocca la pelle.
  • Contatto diretto con la pelle. Alpaca fine o lana d’agnello di grado fine. Il mohair va evitato in questa posizione.

Domande frequenti

Si lavano tutte allo stesso modo?

Sostanzialmente sì: acqua fredda, detergente neutro, nessun ammorbidente, asciugatura in piano. L’alpaca ha bisogno di più attenzione nell’asciugatura perché il peso dell’acqua allunga il capo, quindi va strizzato avvolgendolo in un asciugamano e mai appeso. Il mohair va scosso da asciutto per far tornare l’alone.

Perché un maglione in alpaca perde peli?

Perché la fibra è liscia e il filo la trattiene meno rispetto a una lana arricciata. Nelle prime settimane la perdita è normale e si riduce nel tempo. Se continua in modo evidente dopo mesi, il filato è costruito con fibre corte e il capo tenderà anche ad assottigliarsi.

Il mohair punge sempre?

Non sempre, ma la probabilità è più alta che con le altre due, e dipende dall’alone più che dalla finezza della fibra. Su un capo portato sopra una camicia o una maglia la questione non si pone. Su un collo alto, la prova sul collo in negozio è indispensabile.

Quale delle tre dura di più?

Il mohair, per resistenza meccanica della fibra, seguito dalla lana d’agnello. L’alpaca dura bene se il capo non è sottoposto a trazione, e questo dipende più dalla costruzione e dalla conservazione che dalla fibra. La durata reale dipende comunque più da come si lava e si ripone il capo che dalla materia prima, come mostra il confronto in come si tiene in ordine un armadio invernale.

Vale la pena comprarne uno usato?

In particolare per il mohair e per la lana d’agnello, sì: sono fibre che invecchiano bene e un capo che ha già superato qualche stagione ha dimostrato la propria tenuta. Per l’alpaca conviene controllare la lunghezza delle maniche e la caduta delle spalle, perché l’allungamento accumulato non si recupera.

Tre cartellini con tre nomi diversi descrivono tre comportamenti diversi addosso, non tre gradini della stessa scala di pregio. Sapere quale delle tre corrisponde all’inverno che si ha davvero fuori dalla finestra vale più di qualunque differenza di prezzo in vetrina.